Telecomunicazioni, microprocessori, industria automobilistica, emergenza climatica, scontro Cina - Usa. Un mix, un intreccio tra mercati, richieste e carenze di materie prime e componentistica che ci porta oggi 2021 a dover parlare di guerra dei chip.
I segnali più allarmanti di questa crisi ci arrivano da Taiwan perché è lì dove si trovano la maggior parte delle fonderie che costruiscono conto-terzi i microprocessori disegnati altrove e dunque è lì che diventa oneroso e difficile trovare i microchip. Un’eredità a detta degli addetti ai lavori dell’anno 2020, del Covid, quando le caute previsioni del mercato dell’automobile furono superate dalle richieste. Questo ha spostato volume e domanda di semiconduttori che di solito non supera il 10% del volume globale. Le aziende di produzione si basano sul «just in time» e sulla rinegoziazione con i fornitori con la finalità del «magazzino» a zero, ottimizzando i costi della logistica. Qual è dunque la sfida e il problema degli ultimi mesi? Riallocare l’offerta di chip mentre si cerca di costruire una filiera di nuovi impianti di semiconduttori: serviranno non meno di 12- 18 mesi. I colossi mondiale, nel frattempo, non stanno ad aspettare. Tsmc ha pianificato un aumento dei prezzi che vuole partire dal 10% nel 2021 e arrivare a inizio 2022 fino al 20%. Essendo l’offerta in picchiata, come sostengono fonti industriali, questo comporterà la conseguente impennata dei prezzi della gran parte delle aziende di semiconduttori (Apple, STMicroelectronics, Infineon per fare alcuni nomi di grande rilevanza).
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Cosa comporta questo per l’industria automobilistica anche in Italia ?
Se partiamo dall’esperienza di Melfi che ha fermato la produzione dell’impianto Stellantis, il cui peso sui volumi di auto in Italia è del 50% possiamo comprendere che la crisi c’è e il mercato dovrà cambiare perché l’impatto della carenza di chip sulla elettronica va dai semiconduttori e arriva alla filiera automobilistica. E il lavoro? Delicata la situazione a pochi mesi dall’integrazione del gruppo nato dalla fusione tra Fca e Psa e dalle richieste di ammortizzatori sociali di un mercato che lavorava a fasi alterne in una situazione di non continuità. Sul costo del veicolo i chip pesano per un 30% se parliamo dì un prodotto premium e il trend è sicuramente in salita dovuto alla spinta verso auto sempre più automatizzate e investimenti sull’elettronica e sulla componentistica avanzata.
Ma dove trovano applicazione i chip?
Nel settore automotive sono utilizzati per i sistemi di sicurezza airbag e ADAS, per i sistemi operativi di monitoraggio, per il controllo remoto, la comunicazione, l’audio e l’ infotainment. Il valore del mercato globale dei “micro-controller” è stimato sopra i 4 milioni di dollari e cresce come la domanda di auto ad elevato contenuto di innovazione tecnologica. Pensiamo che le auto elettriche prevedono un utilizzo di semiconduttori doppio rispetto a quelle con motore a combustione interna. Ecco perché lo shortage nell’offerta dei semiconduttori ha prodotto un importante fermo nell’industria dell’auto. Concause rilevanti di questa carenza di materie prime sono anche la questione climatica e la guerra commerciale Usa e Cina!
In Asia, Nord America e Giappone, le regioni dove è concentrata la maggior parte degli impianti di produzione di semiconduttori, i terremoti e le calamità naturali ( con conseguente mancanza prolungata di corrente per esempio) hanno portato a blocchi di produzione. Negli Stati Uniti sono 50 miliardi i dollari messi sul tavolo degli investimenti per la produzione e la ricerca di semiconduttori, una corsa all’implementazione, che non può attenuare nell’immediato la crisi in essere.


